Porta Palazzo

Ci sono persone che ti fanno vedere i luoghi  con le parole meglio di un’immagine…

Porta Palazzo, capitale di Torino.
Se la cercate nel web, una famosa enciclopedia vi dirà che, Porta Palazzo (Pòrta Pila in torinese), è un “luogo di Torino collocato al confine tra le Circoscrizioni III e VII…”
Porta Palazzo non è affatto un luogo, Porta Palazzo non si colloca a nessun confine, Porta Palazzo è confine, è la vita che vale la pena di essere vissuta, la Napoli che vedi e poi muori, il viaggio della tua vita, i tuoi migliori amici, il tuo passatempo preferito, l’odore della tua donna e tante altre cose messe insieme…


Porta Palazzo è tutto questo (e molto più), Porta Palazzo è lo spauracchio dei politicanti, quando vogliono ingraziarsi il popolo bue spaventato dalle pelli differenti, è la piazza su cui lavare i panni sporchi della città, è la gogna e la vergogna di coloro che benpensano.
Porta Palazzo a poca distanza da questo è movida notturna, di abiti veri firmati e di falsi indossatori che per l’occasione sfoggiano costumi da intellettualoidi artistoidi, perché Porta Palazzo fa anche molto cool aprirci negozi vintage, di abiti usati, per finti poveri.

Da bambino ci venivo, mano alla mia nonna friulana, quando ancora nei tram, i biglietti te li facevano da un tavolino quando ci salivi sopra, quando per chiedere la fermata, tiravi una cordicella al fondo della vettura.
Si prendeva il caffè da macinare nello storico negozio che c’è ancora all’angolo, si prendeva il liquore nel negozio sotto i portici, che c’è ancora pure quello, anzi a dire il vero c’è ancora tutto a Porta Palazzo, perché, dimenticavo di dirlo, Porta Palazzo è anche memoria.
Memoria, sì, come l’insegna del negozio di abiti da lavoro, davanti al quale nel 1972 Mimì metallurgico veniva ferito nell’onore da una giovane e bellissima Mariangela Melato, tra i negozi (sempre uguali sì!) si aggirava il commissario Santamaria Mastroianni Marcello.

Tutto uguale ad allora sì, tutto diverso, anche.
Le popolazioni scorrono a Porta Palazzo, in una corrente incessante, che neanche la Dora lì vicino, tranne per qualche esondazione, tra le anse del mercato si succedono razze, pelli, odori di cibi, insulti, retate della celere, biciclette rubate, droghe e pane illegale, menta, zingarimarocchini terronirumenitorinesi.

A Porta Palazzo c’è i mercato delle pulci più grande e più pulcioso dell’Europa intiera!
Si chiama Balon , in piemontese si pronuncia ba’lʊŋ.

A Porta Palazzo, il Balon è uno stomaco che non distingue le portate, tu ci entri, al’ingresso magari (anzi sicuramente, se non ci sei mai stato) pensi che ti farà schifo, sulle pareti croste, per terra vetro e pomodori schiacciati, sulla gente puzza di sudore, vestiti stracciati, ai lati della strada cassette di frutta rancida e poi quegli odiosi venditori di pulci, pulciosi anch’essi, chissà che tormento per i neofiti, tenetevi il portafoglio bello stretto che qui ve lo rubano, mamma mia che paura quei romeni che bevono birra dal mattino alla sera all’uscita del mercato coperto della carne, che paura sì, ma come fanno le vecchine di ottant’anni suonati a venirsene tranquille in questo inferno a far la spesa, sulle gambette rachitiche, quando non addirittura col bastone, ma come mai, ci sarà qualche regola non scritta, che tra poveri e pezzenti e pensionati, che a volte non c’è differenza, non ci si derubi magari? Chiudete le borse, veniteci a piedi che l’auto ve la scassinano e vi tagliano le ruote, tieni i bambini per mano per l’ammordiddio che li rapiscono, madonna ma che c’hanno da urlarsi contro quegli altri, oppure vienici a Porta Palazzo, per trovare la bicicletta che t’han rubato ieri l’altro, o, se ti serve un pezzo di quel vecchio frigorifero, perché non fai un salto qui, che sicuramente non lo trovi, ma te ne torni con una lampada degli anni ’50, o una valigia di cartone che l’anno scorso fa ne hai gettata nella spazzatura una uguale uguale perché ti faceva schifo, io ad esempio a Porta Palazzo ho trovato il modellino (magari non lo stesso, ok) della mia amata macchinina, la “Osi Bisiluro” che avevo da bambino e che ho perduto al mare; perché non comprare quella caffettiera, anzi, quella caraffa d’alpacca, lurida lo è, ma un paio di bollori ed è come nuova, ma poi, dì, fermati un attimo non senti l’odore di quel kebab lì vicino, non vedi quegli uomini barbuti come se la spassano seduti a sorseggiare una bevanda alla menta, non senti che hai voglia di essere tranquillo e sereno, seduto a parlare proprio come loro, come turisti in vacanza a Marrakech, perché la menta ti inebria i pensieri, non vedi che poi, stai cercando qualcosa tra le pulci, proprio come quella variopinta zingara che al semaforo ti faceva ribrezzo, che starà cercando, una giacca, uno scampolo dei colori più assurdi, non stai comprando una giacca talmente lisa che tua madre ti romperà sicuramente le palle, tanto puzza di naftalina e sudore?

Ho ripetuto Porta Palazzo, non vi ho fatto il favore di abbreviare in P.P:, non esiste proprio! Questo è il centro della mia amata città, il grembo che mi accoglie tutti i fine settimana e il seno a cui torno a succhiare latte, senza del quale non mi sentirei vivo, Porta Palazzo che se non ci vado tutti i santissimi sabati, per me non è stato un weekend, sì, Porta Palazzo, la mia gita fuori porta, il mio viaggio nel mondo, senza essermi troppo mosso e per di più con la mia bicicletta.

catacrèsi 2.0

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