25 aprile 1945, settanta anni dopo

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Palazzo Civico
Torino

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Non un giorno qualunque: è il 25 Aprile

Siamo di nuovo qui. Un altro venticinque aprile che viene e poi passa come un giorno di festa qualunque.

– Ma che festa è? Saranno aperti i negozi? Vai via con i tuoi a prendere un po’ di sole? Peccato, così a metà settimana, i bambini poi tornano a scuola e non si può fare il ponte lungo. Con tutti problemi che ci sono queste feste inutili dovrebbero proprio toglierle…-

E’ stato il “dovrebbero” che ha toccato un nervo scoperto. TU che parli senza pensare, senza chiederti mai perchè tutto accade, che non sai perchè ignori sordamente e ciecamente tutto quello che c’è  intorno, che sei perennemente vittima ma che non agisci e demandi a chi ti promette di facilitare la tua esistenza. NOI non avremmo vissuto come abbiamo vissuto se  ALTRI non avessero avuto coscienza e desiderio di poter vivere in libertà. Liberi di esercitare i propri diritti e assolvere i propri doveri.

Per voi, Sconosciute su un tram qualunque, festeggio il 25 Aprile nel ricordo,nella speranza e con partecipazione.

Avevo due paure

La prima era quella di uccidere

La seconda era quella di morire

Avevo diciassette anni

Poi venne la notte del silenzio

In quel buio si scambiarono le vite

Incollati alle barricate alcuni di noi morivano d’attesa

Incollati alle barricate alcuni di noi vivevano d’attesa

Poi spuntò l’alba

Ed era il 25 Aprile.

✎ Giuseppe Colzani

Canti della Resistenza

O ragazza dalle guance di pesca,
o ragazza dalle guance d’aurora,
io spero che a narrarti riesca
la mia vita all’età che tu hai ora.
Coprifuoco: la truppa tedesca
La città dominava. Siam pronti.
Chi non vuole chinare la testa
Con noi prenda la strada dei monti.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
Oltre il ponte che è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita,
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte,
tutto il bene avevamo nel cuore,
a vent’anni la vita è oltre il ponte,
oltre il fuoco comincia l’amore.

Silenziosi sugli aghi di pino,
su spinosi ricci di castagna,
una squadra nel buio mattino
discendeva l’oscura montagna.
La speranza era nostra compagna
ad assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l’armi in battaglia
scalzi e laceri eppur felici.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte…

Non è detto che fossimo santi,
l’eroismo, non è sovrumano,
corri, abbassati, dái, balza avanti,
ogni passo che fai non è vano.
Vedevamo a portata di mano,
dietro il tronco, il cespuglio, il canneto,
l’avvenire di un mondo più umano
e più giusto , più libero e lieto.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte…

Ormai tutti han famiglia, hanno figli,
che non sanno la storia di ieri.
Io non son solo e passeggio tra i tigli
con te, cara, che allora non c’eri.
E vorrei che quei nostri pensieri,
quelle nostre speranze di allora,
rivivessero in quel che tu speri,
o ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte…

Italo Calvino: in Canti della Resistenza italiana, Collana del Gallo grande 1960, Milano

La libertà è un diritto ma deve essere coltivata e mantenuta. Deve essere ben radicata nella nostra coscienza di cittadini e, se ci è stata regalata, dobbiamo trasmetterla a chi verrà dopo di noi. Per questo buon 25 Aprile.

Scarpette rosse

C’è un paio di scarpette rosse

C’è un paio di scarpette rosse 
numero ventiquattro 
quasi nuove: 
sulla suola interna si vede ancora
la marca di fabbrica “Schulze Monaco”
c’è un paio di scarpette rosse 
in cima a un mucchio di scarpette infantili 
a Buchenwald 
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi 
di ciocche nere e castane 
a Buchenwald 
servivano a far coperte per soldati 
non si sprecava nulla 
e i bimbi li spogliavano e li radevano 
prima di spingerli nelle camere a gas 
c’è un paio di scarpette rosse per la domenica 
a Buchenwald 
erano di un bambino di tre anni e mezzo 
chi sa di che colore erano gli occhi 
bruciati nei forni 
ma il suo pianto lo possiamo immaginare 
si sa come piangono i bambini 
anche i suoi piedini 
li possiamo immaginare 
scarpa numero ventiquattro 
per l’eternità 
perchè i piedini dei bambini morti 
non crescono 
c’è un paio di scarpette rosse 
a Buchenwald 
quasi nuove 
perchè i piedini dei bambini morti 
non consumano le suole. 

Joyce Lussu  

Giorno della Memoria. Per ricordarci di tutte le vittime, di tutte le guerre, di tutti gli eccidi. Anche quelli di cui non abbiamo memoria.

Un altro 25 aprile

  Oltre il ponte 

O ragazza dalle guance di pesca,

o ragazza dalle guance d’aurora,

io spero che a narrarti riesca

la mia vita all’età che tu hai ora.

Coprifuoco: la truppa tedesca

La città dominava. Siam pronti.

Chi non vuole chinare la testa

Con noi prenda la strada dei monti.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte

Oltre il ponte che è in mano nemica

vedevam l’altra riva,  la vita,

tutto il bene del mondo oltre il ponte.

Tutto il male avevamo di fronte,

tutto il bene avevamo nel cuore,

a vent’anni  la vita è oltre il ponte,

oltre il fuoco comincia l’amore.

Silenziosi sugli aghi di pino,

su spinosi ricci di castagna,

una squadra nel buio mattino

discendeva l’oscura montagna.

La speranza era nostra compagna

ad assaltar caposaldi nemici

conquistandoci l’armi in battaglia

scalzi e laceri eppur felici.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte…

Non è detto che fossimo santi,

l’eroismo, non è sovrumano,

corri, abbassati, dái, balza avanti,

ogni passo che fai non è vano.

Vedevamo a portata di mano,

dietro il tronco, il cespuglio, il canneto,

l’avvenire di un mondo più umano

e più giusto , più libero e lieto.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte…

Ormai tutti han famiglia, hanno figli,

che non sanno la storia di ieri.

Io non son solo e passeggio tra i tigli

con te, cara, che allora non c’eri.

E vorrei che quei nostri pensieri,

quelle nostre speranze di allora,

rivivessero in quel che tu speri,

o ragazza color dell’aurora.

Avevamo vent’anni e oltre il ponte…

Italo Calvino: in Canti della Resistenza italiana, Collana del Gallo grande 1960, Milano

Per ripassare un periodo della storia d’Italia si può sfogliare il blog dell’ ANPI

oppure

Schegge di Liberazione 2011
è un ebook sulla Resistenza, collaborativo e gratuito. Si scarica qui

Pensieri nella sala d’aspetto di Bologna

Un anno fa, più o meno in questo periodo, eravamo a Bologna. Era stata una giornata calda, afosa come lo sono le giornate d’estate, eravamo stanchissimi e sudati. Il nostro treno per tornare a casa  sarebbe arrivato con un po’ di ritardo e la sala d’aspetto  inevitabilmente ci ha attirato per i sedili e una sensazione di luogo più fresco. Nelle stazioni la gente va e viene, guarda i tabelloni degli orari, cerca un posto per fermarsi con la valigia; a volte qualcuno si fa notare un po’ di più perchè particolarmente bello o perchè parla con  voce squillante, un bimbetto che guarda i treni  e parlotta con la mamma attira la tua attenzione. Sei lì che aspetti e se non hai più niente da leggere stai a guardare chi passa. Le persone normali hanno pensieri normali, magari banali e stupidi.  Questi pensieri sono rivolti a quello che dovranno fare, a qualche cosa che si sono dimenticati di fare e che per farlo possono rimandare a domani… già ma se il domani non ci sarà più, perchè qualcuno te lo ruba? Proprio come è stato rubato, il 2 agosto 1980, a tutti coloro che si trovavano alla stazione di Bologna? I pensieri ti giocano brutti scherzi: cominci a vederti come se fossi uno qualsiasi di quelli che erano nella sala d’aspetto e quello che immagini non ti piace. E se sei tra quelli a cui non hanno rubato la vita, immagini il senso di mancanza, il dolore della perdita che ti annienta e ti ruba comunque tutto. E’ solo l’immaginazione, noi eravamo solo in attesa di un treno che ci portasse a casa ma se ci fosse successo? Per questo sono solidale con i parenti delle vittime della strage di Bologna che chiedono da trent’anni la verità.